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La musica nell'anima

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La musica nell'anima

Come tutti i compositori, anzi come gli artisti di ogni campo, i Led Zeppelin  possedevano peculiarità interiori e musicali, capaci di esaltarne all’estremo la fama. Difficile stabile il motivo per il quale la popolarità giunga per alcuni individui rispetto ad altri dotati di uguale talento. Addebitare il merito al destino è scontato e puntare l’indice indicatore sulla fortuna, un pretesto logoro e senza costrutto. No, in realtà è un enigma destinato a rimanere tale. Ed è bene così: semmai dovesse essere svelato perderebbe l’incanto misterico che, nel bene e nel male, ha definito e continua a fissare il percorso di un’umanità in cammino su una via ignota ad occhi bendati.

Mi sono soffermato su questo glorioso gruppo, anticipatore e ispiratore di quello che un giorno avrebbe preso il nome di hard rock, per esaminare uno dei loro motivi. In realtà, un pretesto nemmeno tanto celato per esaminare il fascino evocato da certe sonorità sul nostro aspetto meno evidente ma determinante nella vita di tutti i giorni. Partendo dal presupposto che agli albori della vita, il suono fu il primo mezzo di comunicazione, seguito dalla gestualità e dalla mimica facciale, possiamo intuire quanto peso avesse la vibrazione dell’aria. Perché è di questo che si parla. Aria, essenza priva di materia tangibile, capace di ondeggiare come le onde dal mare, spinte in avanti e ritratte dalla forza del vento: un’altra entità senza corpo e tempo, eppure capace di dar vita alla magia di timbro vocale. Noi siamo in grado di produrre un suono tramite di un corpo o un oggetto. Basta chiudere le palpebre e sotto la spinta emozionale di un effetto acustico ritmato, si disegnerà la realtà con altri – forse più veri- contorni. Il brano che mi ha colpito si intitola Kashmir. E fu uno dei brani più celebri della band anglosassone. Robert Plant, definì Kashimir, la canzone dei Led Zeppelin per eccellenza. Devo confessare che pur essendo un estimatore del gruppo, non ricordo di aver mai sentito parlare del brano al tempo, il 1975, in cui fu pubblicato. Non conosco la ragione per la quale mi sfuggì. E non so nemmeno se l’ho ascoltai e poi lo accantonai in qualche recesso della memoria. Ma un mese fa, per uno di quegli strani “casi” della vita, messi sulla strada di ognuno di noi da una mano ignota, per qualche oscura ragione, ho ascoltato quel brano in radio e da allora, le sue note, alla stregua di un unguento miracoloso, al pari di una discesa nel ventre della mia psiche, ha ricamato sopra e dentro di me, un arazzo in continua espansone. Volutamente ho ignorato la traduzione. Ho preferito ascoltarlo così, senza sapere nulla del testo per paura che in qualche modo la versione in lingua italiana potesse sottrarmi qualcosa. Ho preferito lasciarmi cullare dalla voce in falsetto naturale di Plant adagiata sulle onde delle note musicali, che si dilatavano allargando il mio orizzonte interiore. Ho visto scenari mai osservati, eppure intuiti prima che giungessero ai sensi. Ho incontrato paesaggi dell’anima, forse sognati o forse già visti in vita trascorse. Ho camminato sul velo di un leggero, impercettibile, freddo e tiepido, caldo e bollente e gelato, vento d’oriente che mi ha riportato in territori nei quali la mia carne aveva vissuto sotto altre forme e sotto altre vesti. Ho abbandonato il tempo per trasferirmi su piani di conoscenza svaniti al rientro.

Non è la recensione di un critico musicale, ma la descrizione, o meglio, la sintesi di quanto la musica, certa musica, sappia fare a chi si abbandona al suo influsso. Per confermare che pronunciare: “abbiamo un’anima”, non è una frase presa a prestito dai luoghi comuni, ma uno stato di fatto, in grado di risollevarsi dal proprio giaciglio di opaca sonnolenza, quando il vento, l’aria, di dentro e di fuori, si fondono dando voce a ciò che sembra intangibile. A ciò che pare non vero. A ciò che si muove al di là delle apparenze scontate; al di là del bene e del male.

Articolo di Giuseppe Mazzotta.

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