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Litfiba - Desaparecido

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Litfiba - Desaparecido

C’ erano, negli anni 90, i walkman.
Qualcuno li ricorda? Mica i lettori mp3 di oggi! Un bel matacubo di walkman che la metà delle cassette che registravi aveva una qualità di suono pari a quella di una lavatrice rotta e ogni tre per due dovevi cambiare le pile perché se no sentivi il suono che si abbassava e distorceva fino a morire e tu provavi a stoppare, a muovere le pile e a ripartire e risuccedeva la stessa cosa e tu speravi non fossero le pile dato che eri in pullman in gita lontano 100 km dal pilaio più vicino ma alla fine erano sempre le pile e quando le chiedevi a qualcuno che aveva un pacco di pile lui ti diceva che gli servivano anche se non aveva nessun aggeggio da far andare con le pile.
Pile pile pile pile pile pile.. avete mai notato come una parola perda di significato se ripetuta più volte? Forse per questo le maestre non vogliono le ripetizioni nei temi alle elementari: perché altrimenti durante la correzione iniziano a chiedersi il significato di quella parola ripetuta 10 volte in 2 righe. Ma forse sto andando fuori tema. E anche questo le maestre non lo apprezzano.
E c’ era un ragazzino che andava sempre in giro con il suo walkman scassato trovato in chissà quale zaino per la scuola (oggi il mago Casanova da l’ mp3 dentro lo zaino.. certe cose non cambiano mai!).
Le musicassette (penso che nessuno usi più questo termine da almeno 15anni) che ascoltava erano quelle dei mitici 883 nel loro periodo più scanzonato (non quelle lagne di Pezzali-zio Fester che tocca sorbirsi oggi!), Vasco rossi, Ligabue e Zucchero.
E c’ era il fratello del ragazzino evidentemente convinto che, se non avesse fatto qualcosa per far ascoltare della buona musica al bimbetto fin dalla tenera età, non sarebbe più riuscito a toglierlo da quell’ ammasso di truzzi di paese ascoltatori di Gigi D’ Agostino (che devo dire apprezzo molto di più della musica dance di oggi!).
Quello stesso fratello che anni dopo gli avrebbe aperto un mondo di musica davanti agli occhi (leggete qui per quest' altra storia!) ogni tanto prendeva una cassetta e ci metteva su un bell’ album di Litfiba, Timoria e Negrita in modo che il fratellino non fosse completamente impreparato al momento di affrontare quell’enorme colosso che è il rock.
Tra quelle cassette ce ne erano due che il piccolino apprezzava in particolar modo: una era una raccolta delle più belle canzoni (a suo parere) dei Timoria, l’ altra era l’ album Desaparecido dei Litfiba.
Album d’ esordio della formazione di Piero Pelù e Ghigo Renzulli dopo 3 Ep e 2 singoli, Desaparecido mi si presenta oggi agli occhi non più come una semplice cassettina piena di belle canzoni (che poi non so come mi potesse piacere una cosa così a 12 anni!), ma come uno dei più importanti e seminali album di rock italiano prodotto negli anni ‘80.
Se ora state pensando a canzoni come “Regina di cuori”, “Il mio corpo che cambia” o “Ritmo” sappiate che state andando contromano e tra poco vi sfracellerete contro un tir.
Dimenticate il rock mainstream dei classici Litfiba conosciuti ai più, le schitarrate di Ghigo e i vocalizzi esagerati di Pelù e immergetevi in un calderone di pura New Wave anni 80 (che non centra nulla con quello schifo di nu new wave che va tanto di moda oggi in Inghilterra e Usa con gruppi come gli Interpol) venata da una giusta dose di Mediterraneità che solo un gruppo come i Litfiba degli anni ’80 ha saputo unire così perfettamente a testi meravigliosi recitati in italiano.
Già, recitati.
Se Vasco Rossi in un’ intervista che lessi tempo fa affermò di essere stato il primo cantautore a voler rompere le righe del solito cantautorato italiano imponendosi più come uomo di spettacolo che come raffinato autore di musiche e testi da spiegare al pubblico, Piero Pelù può benissimo essere definito come il cantante italiano che portò la teatralità sul palco.
Un concerto dei Litfiba diventava così non solo musica da ascoltare ma musica da vedere e toccar con mano così come lo diventava un loro album.
Rispetto ad un gruppo come i Red Hot Chili Peppers, autori anch’ essi del loro primo album all’ inizio degli anni ’80 (anche se trattasi di tutt’ altro genere) incapaci di trasportare in studio tutta la carica eversiva che li caratterizzava in concerto, i Litfiba riuscirono nell’ impresa di rendere l’ album in studio una “continuazione” dei loro straordinari live.
Di fronte all’ urgenza con cui certi gruppetti ancora inesperti vengono lanciati oggi sul mercato dalle grandi major (ma questo avviene fin dall’ esplosione dei Nirvana e dalla successiva ricerca dei “nuovi Nirvana” nell’ underground americano e inglese) si può ben vedere come i Litfiba arrivarono, invece, ormai maturi all’ esperienza del loro primo disco in studio nell’ anno di grazia (questa la dovevo assolutamente usare come espressione trita e ritrita!) 1985.
Il secondo grande luogo comune da sfatare sui Lifiba (dopo quello che li vede autori solo di canzoni negli anni ’90) è quello di un gruppo formato semplicemente da Piero Pelù e dal chitarrista Ghigo.
Se gli album presi in esame sono quelli degli anni ’90 un discorso del genere può anche essere fatto (ma non andrebbe mai fatto), ma se si guarda agli anni ‘80 si può sentire fin dal primo ascolto come i Litfiba siano un connubio perfetto di chitarra e voce si, ma anche di basso, batteria e tastiera.
Di fronte a 8 meravigliose composizioni non so davvero come fare a segnalare una canzone più rappresentativa di un'altra. Se la splendida “Istambul” è aperta dalla tastiera del mitico Aiazzi (di pezzi così non se ne sentono davvero da secoli) ed è un caso più unico che raro di rock- folk mediterraneo, la ballata “Lulù e Marlene” è scandita dal basso di Maroccolo che riesce addirittura a mettere in ombra la chitarra di Ghigo che domina invece in “Preda”. Guerra si segnala per il fantastico testo di Pelù, per la sua interpretazione a dir poco sopra le righe e per le musiche oppressive che danno l’ idea del concetto (anche se in certi casi si sente davvero molto l’ influenza dei Bauhaus, uno dei primi gruppi new wave). Infine l’ epocale “Eroi nel vento”, forse quella che può essere considerata la vetta di questo primo album, con un gruppo coordinato alla perfezione in ogni suo elemento.
33 minuti e 14 di immersione in un mare profondo, scuro e dominato da visioni e sogni surreali, è questo quello che Desaparecido propone a un pubblico italiano giovane che vuole nuova linfa dopo i fasti dei dinosauri del prog nostrano.
Federico Guglielmi nell’ ultima pagina del libretto all’ interno del cd afferma che <[…] se un giorno prenderà piede una “nuova musica italiana per il mondo”, questo album dovrà inevitabilmente esserne considerato l’ imprescindibile punto d’ avvio>.
C’ era una volta un ragazzino sperso nel suo paesucolo di campagna con il suo walkman e la sua musica “strana”.
C’è oggi un ragazzo di città che cerca di muoversi in mezzo alla calca della città con il suo lettore mp3 in tasca e le cuffiette ancora nelle orecchie.
In 10 anni quel ragazzino ha sentito cose che voi umani non potete neanche immaginare fino a selezionare solo la musica migliore tra i milioni di album ascoltati.
Desaparecido compare ancora nel suo lettore mp3.

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