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Canapa: approvata la nuova legge di settore, ecco cosa cambia

La canapa

Finalmente in Italia avremo una legge quadro per la filiera della canapa industriale. Il testo è stato approvato presso la commissione agricoltura in Senato ed ora manca solo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

La legge approvata definitivamente era stata inizialmente proposta dal Movimento 5 Stelle con Loredana Lupo come prima firmataria, per poi diventare un testo unificato che racchiudeva anche le proposte di Adriano Zaccagnini (Sel), Nicodemo Oliverio (Pd) e Dorina Bianchi (Area Popolare). La legge era stata proposta nel 2013 e dopo l’approvazione è passata in Senato dove è stato approvata oggi.

“Nel percorso”, racconta a canapaindustriale.it la senatrice del Movimento 5 Stelle Daniela Donno, membro della nona commissione permanente dedicata ad agricoltura e produzione alimentare, “abbiamo assistito ai tentativi dell’esecutivo e della maggioranza di rallentare i lavori, ma nonostante questo, in Italia finalmente sarà vigente una legge per lo sviluppo della filiera della canapa industriale”.

Nonostante la coltivazione di canapa industriale non sia mai espressamente stata vietata nel nostro Paese, la mala interpretazione delle leggi antidroga ha portato le forze dell’ordine ad arrestare e sequestrare le coltivazioni di chi negli anni ’70 e ’80 aveva provato riprendere la coltivazione della canapa da fibra o da seme. Questa situazione di incertezza si è protratta fino al 1997, anno della circolare del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali contente disposizioni relative alla coltivazione della Cannabis sativa, integrata poi della circolare n.1 dell’ 8 maggio 2002. Ora ci sarà una legge quadro in grado di dare una spinta ad un settore in cui eravamo i primi al mondo per la qualità del prodotto fino agli anni ’50 del ’900.

COSA CAMBIA CON LA NUOVA LEGGE?
Le novità introdotte dalla nuova legge sono principalmente 3:

- non è più necessaria alcuna autorizzazione per la semina di varietà di canapa certificate con contenuto di THC al massimo dello 0,2%. Quindi significa che la comunicazione alla più vicina stazione forze dell’ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza) tramite un modulo denuncia, NON è più necessaria.
Gli unici obblighi per il coltivatore sono quello di conservare i cartellini della semente acquistata per un periodo non inferiore a dodici mesi e di conservare le fatture di acquisto della semente per il periodo previsto dalla normativa vigente.

- gli eventuali controlli verranno eseguiti da un soggetto unico e la percentuale di THC nelle piante analizzate potrà oscillare dallo 0,2% allo 0,6% senza comportare alcun problema per l’agricoltore.

- sono previsti 700mila euro l’anno di finanziamento per la creazione di impianti di trasformazione.

Dopo 15 giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale la legge entrerà definitivamente in vigore ed il ministero della Salute avrà 6 mesi di tempo per legiferare su una questione che sta a cuore a tutti i produttori di canapa alimentare, e cioè la percentuale di THC che può essere contenuta nei prodottialimentari ad uso umano.

All’inizio del 1900, prima dell’avvento del proibizionismo, in Italia coltivavamo più di 100mila ettari di canapa. Nel 2015 ne abbiamo coltivati poco più di 3mila. Speriamo che questa legge possa essere un supporto per i nostri agricoltori ed una speranza per la nascita di un’economia più attenta all’ambiente ed al futuro con l’obiettivo di tornare a produrre in grandi quantità la miglior canapa del mondo.

QUI il testo definitivo con l’iter parlamentare.

Mario Catania

Fonte: Canapa Industriale

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Cozze robot per capire l’impatto del cambiamento climatico sulle specie marine

Cozze robot per capire l’impatto del cambiamento climatico sulle specie marine

In un banco di cozze della costa di Monterey in California, in un’area che va in secca con la bassa marea, lampeggiano un pugno di LED verdi che indicano la posizione di una gruppo di “robomussels”, i mud scoli bionici, piccoli registratori di dati, realizzati con una resina poliestere e progettati da Brian Helmuth e dal team del suo laboratorio della Northeastern University per imitare le vere cozze, alcune delle quali sono stata prelevate dal banco per far posto a quelle false. Le cozze robot sono state messe a dimora per uno studio sui cambiamenti climatici che riguarda in particolare il suo effetto su una delle specie più importanti che si trovano in  mare.

Negli ultimi 18 anni, Helmuth, uno scienziato del clima, è stato la forza trainante per realizzare più di 70 di questi plots, sparsi in tutto il mondo e che registrano, ad intervalli di 10 minuti, informazioni non sulla temperatura dell’aria o dell’acqua, ma dei corpi reali delle cozze Mytilus californianus cozze che vivono in quelle aree. Scondo il team statunitense, «Questo dà un quadro molto più preciso di come il cambiamento climatico sta influenzando la specie rispetto a quanto potrebbe fare la temperatura dell’ambiente circostante».

«Le cozze, che i biologi chiamano una “specie ingegnere”, producono biodiversità e creano habitat per gli altri animali  – spiega  Helmuth – e così l’ambito della mia ricerca si estende oltre li stato degli ecosistemi intertidali dove vivono le cozze e al modo in cui comprendiamo la impatti dei cambiamenti climatici sulle specie, e come, e dove, i mitilicoltori mettono le loro aziende farms».

Così non viene misurato esattamente il cambiamento climatico, per farlo sarebbe meglio scegliere una località “coerente” nel lungo periodo, ma è certamente una misurazione  di quanto il cambiamento climatico sta interessando una specie particolare, e l’ecosistema di cui la specie è una parte.

Ci sono un paio di modi in cui il caldo può uccidere una cozza: generalmente lo stress provocato dal riscaldamento le rende meno idonee a continuare le loro funzioni normali. Vivere in un ambiente caldo è costoso, dal punto di vista energetico e questo incide sull’alimentazione e riproduzione delle cozze. In circostanze estreme, troppo caldo può distruggere le proteine nel corpo dei mitili, più o meno come avviene quando li cuciniamo.

Helmuth spiega ancora: «Da un punto di vista biologico, un animale non si preoccupa affatto del clima. Non gliene potrebbe fregare di meno quel che è la media trentennale, si preoccupa di come quel clima [influenza] il tempo locale».

Il team di Helmuth utilizza piccoli loggers chiamati Tidbits, che registrano le temperature per 6 –  mesi e che poi  devono essere sostituiti per scaricare i loro dati. Ma non poteva semplicemente mettere un sensore di temperatura al sole: «Se state in piedi sotto il sole indossando una T-shirt nera, avrete un’idea molto migliore di come vi sentite se vi mettete una T-shirt nera e ci state troppo  – semplifica Helmuth o. Ma per farlo con precisione ho dovuto tenere conto di molti altri fattori. La dimensione è importante; una cozza più grande si riscalda più lentamente, ma starà al caldo più a lungo». Helmuth ha sperimentato diverse densità di resina, che poi ha utilizzato per realizzare i gusci e l’interno delle cozze, fino a trovare quella he aveva proprietà simili alle cozze viventi.

«Ottenere la forma e il colore giusto, non è troppo difficile, bisogna solo costruire uno stampo – spiega ancora Helmuth – Ma abbiamo dovuto fare un sacco di test nella galleria del vento per fare in modo che coincidesse con ciò che noi chiamiamo l’inerzia termica, la tendenza a riscaldare o a rallentare la velocità di riscaldamento, a seconda di cosa sono fatti i materiali».

Comunque, la temperatura è solo una parte dell’equazione: la salute delle cozze  dipende dalla disponibilità di cibo, dall’acidità dell’acqua e da altri fattori, il tutto in combinazione.  L’ultima ricerca di Helmuth riguarda l’individuazione di nicchie iper-locali di resilienza e vulnerabilità dei mitili, la maggior parte delle quali ha mostrato una tendenza sorprendente: spesso, la latitudine ha poco a che fare con la temperatura dei singoli banchi di cozze, e tanto meno con la loro salute generale. Tutti i fattori combinati portano a quello che Helmuth chiama «un mosaico» di luoghi che sono a vari gradi di rischio di collasso. Ora il team della Northeastern University sta ora lavorando per prevedere la salute dei mitili in futuro, non solo per salvare le cozze, ma per identificare i siti migliori per allevarli.

Helmuth  conclude: «Per me, l’aspetto più cool di questo approccio è che, se si assume una visione non-umana del mondo e dei cambiamenti ambientali, si vedono modelli completamente diversi di quanto si farebbe da una prospettiva umana. A meno che non si assuma questo punto di vista centrato sul non-umano, in giro c’è un sacco di roba che sta succedendo con il cambiamento ambientale che potremmo finire per perderci del tutto».

Fonte: GreenReport

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Dalla Ue ok all’auto con tetto fotovoltaico

Dalla Ue ok all’auto con tetto fotovoltaico

L’Ue ha approvato il tetto fotovoltaico con funzione di caricabatterie di a2solar Advanced and Automotive Solar Systems GmbH come tecnologia innovativa per la riduzione delle emissioni di CO2 delle auto nuove.

Aumenta, dunque il numero dei produttori europei per tale tecnologia innovativa. L’innovazione ecocompatibile – così come quelle approvate nel 2014 e 2015 presentate da altri produttori – approvata – attraverso decisione  è pubblicata sulla Gazzetta ufficiale europea dello scorso venerdì – permette, infatti, di ridurre le emissioni di CO2 di almeno 1 g CO2/km rispetto al veicolo di riferimento.

Quindi l’Ue conferisce ai costruttori la possibilità di certificare i risparmi di CO2 derivanti dai tetti fotovoltaici con funzione di caricabatterie che soddisfano tali condizioni. Al fine di garantire che le domande di certificazione riguardino solo i tetti fotovoltaici conformi a tali condizioni, il costruttore dovrebbe fornire una relazione di verifica di un organismo certificato e indipendente che attesti la conformità del componente alle condizioni specificate nella decisione, unitamente alla domanda di certificazione presentata all’autorità di omologazione.Se quest’ultima ritiene che il tetto fotovoltaico non soddisfi le condizioni di certificazione, la domanda di certificazione dei risparmi di CO2 dovrebbe essere respinta.

Per determinare i risparmi di CO2 dovrà essere approvata la metodologia di prova e dovrà essere definito il veicolo di riferimento alla cui efficienza paragonare quella del veicolo provvisto di tale tecnologia innovativa. La Commissione ritiene che il veicolo di riferimento debba essere una variante identica sotto tutti gli aspetti al veicolo dotato dell’innovazione ecocompatibile, tranne per il tetto fotovoltaico e, se del caso, per la batteria supplementare e altre apparecchiature apposite per la conversione dell’energia solare in energia elettrica e relativo stoccaggio.

E’ inoltre necessario dimostrare che il tetto fotovoltaico è un elemento imprescindibile per l’ efficiente funzionamento del veicolo. Ciò significa che l’energia generata dal tetto fotovoltaico non dovrebbe, per esempio, essere utilizzata esclusivamente per alimentare un apparecchio destinato a migliorare il comfort.

Al fine di garantire una più ampia diffusione dei tetti fotovoltaici con funzione di caricabatterie negli autoveicoli nuovi, un costruttore dovrebbe avere la possibilità di richiedere, mediante un’unica domanda di certificazione, la certificazione dei risparmi di CO2 ottenuti utilizzando diversi sistemi di tetti fotovoltaici. È pertanto opportuno garantire che, laddove si usufruisca di tale facoltà, si applichi un meccanismo che promuova la diffusione solo di quei sistemi di tetti fotovoltaici che offrono la maggiore efficienza.

L’Ue, infatti, promuove attivamente l’innovazione ecocompatibile: promuove lo sviluppo di tecnologie innovative da utilizzare sulle auto in modo tale che le loro emissioni siano significativamente più basse di quelle delle autovetture tradizionali.

Il legislatore europeo con apposito regolamento del 2009 prevede la possibilità di presentare e utilizzare nuove tecnologie per la riduzione dell’emissione di Co2. Il legislatore definisce, infatti, i livelli di prestazione in materia di emissioni delle autovetture nuove immatricolate nella Ue.

Del resto il settore dei trasporti stradali è uno dei più inquinanti in termini di emissioni di gas a effetto serra. Dunque per ridurre le emissioni l’Ue cerca di incentivare l’industria automobilistica a investire nelle nuove e varie tecnologie.

Ricordiamo che non esiste un’unica tecnologia innovativa e rivoluzionaria che da sola possa risolvere il problema dell’inquinamento. Al contrario ne esistono tante, piccole che assieme riescono a contenere i livelli di emissione.

Fonte: GreenReport

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