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La canapa ornamento alle spalle del palco del Papa. Spunto per un dibattito economico e culturale, anzi colturale

La canapa ornamento alle spalle del palco del Papa. Spunto per un dibattito economico e culturale, anzi colturale

Una realtà produttiva destinata  ad aprire nuovi capitoli in molti settori  economici.

A Palata un primo esperimento con 20 ettari destinati alla coltura di questa pianta biblica

La canapa, quella buona, è tornata con le sue immense proprietà naturali, dono della natura che nella Bibbia (Kaneh Bosm) trova ampi riferimenti e che nei secoli ha avuto un ruolo importante per l’economia dei popoli dove con la canapa si cibavano e si vestivano, una sorta di manna dal cielo. Della canapa non si butta via niente, e il suo uso è multiforme, finanche terapeutico (cura il glaucoma), dalla commestibilità (la farina di canapa e l’olio di canapa sono in commercio a prezzi significativamente alti) all’abbigliamento, alla cosmesi, all’edilizia.
Si fabbricano mattoni con la fibra di canapa. Il grande costruttore americano Hery Ford oltre 60 anni fa ha realizzato una macchina interamente di quel materiale, per dire; la costituzione americana è scritta su carta di canapa.
Potremmo riempire più pagine di questo giornale per elencare in maniera scientifica le qualità della canapa e gli usi possibili, tali da renderla una pianta straordinaria nel senso vero del termine. Dalla strategia economica delle multinazionali che si vedevano impedite nella propria azione speculatrice da una pianta naturale di facile coltura e ricca, straricca, di possibilità d’uso, era stata messa la bando, demonizzata, fatta sparire.
“Largo al petrolio, si disse” e sappiamo com’è andata, e come sta andando a finire. Poi la questione del fumo: altro colpo mor- tale alla canapa. Finalmente è tornata ad essere una coltivazione di grande portata.
Probabilmente la crisi economica, i capovolgimenti che inve- stono anche le strategie delle multinazionali, ha riaperto la porta alla coltivazione della canapa: su scala mondiale. E il raggio d’azione si va allargando sistematicamente in parallelo alla molteplicità del suo impiego, al valore intrinseco ambientale, al valore economico in ascesa. Molte Regioni italiane hanno legife- rato per incentivare la produzione della canapa e farne una presenza importante nei propri territori. Non è da escludere che la Regione italiana che sa solo copiare, la Regione Molise, e spesso in modo errato purtroppo, non ritenga di doversi adeguare all’intelligenza e alla tempestività usate altrove.
E’ tornata, dicevamo, anche da noi, a Palata, per iniziativa dell’associazione “Sativa Molise”, con una coltivazione intensiva di oltre 20 ettari. Un atto di fiducia nell’immediato futuro, nella ripresa dell’economia, nelle alternative praticabili che la canapa può assicurare a una vasta gamma di opere e d’iniziative.
Un volano che ha già avviato una profonda riflessione nella imprenditoria, nell’agricoltura, nell’industria. Pertanto della ca- napa, degli usi che se ne può fare, dei vantaggi che si possono trarre, delle alternative che può utilmente coprire, se ne sentirà parlare parecchio.
Sarà l’argomento cardine delle istituzioni pubbliche e delle organizzazioni private. Intanto sarà l’elemento scenografico, il fondale alle spalle della “capanna” in bambù (!) che accoglierà il papa.
Che se vorrà, potrà citare i passi della Bibbia che esaltano le virtù di questa pianta. Un intervento destinato a richiamare sulla canapa l’attenzione collettiva, magari anche critiche, ma certa- mente è stato avviato un processo economico e culturale dal quale il Molise, per la sua oggettiva condizione di retroguardia nei settori primari, con ampie aree incolte, con una disoccupazione impressionante nei numeri e nella qualità (tantissimi giovani), potrà trarre vantaggi.
C’è da rimuovere non pochi ostacoli, non pochi pregiudizi, molta ignoranza, ma una volte rimossi sarà una strada sgombra e in discesa.

 

 

Fonte: Sativa Molise

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Il mandarino

Il mandarino

Gli agrumi sono dei frutti base della nostra alimentazione, sia per insaporire le carni, sia per le trasformazioni in marmellate o altri prodotti, o più semplicemente, consumandoli così per come sono, togliendo la buccia e staccando i vari spicchi per poi mangiarli.

Tra i tanti agrumi, oggi parleremo del mandarino. Il nome comune mandarino si può riferire tanto alla pianta quanto al suo frutto. E' una varietà di agrume appartenente al genere Citrus e alla famiglia delle Rutacee. E' originario dell'Asia orientale, in particolare della Cina, non ama le basse temperature, per questo si è adattato solo alle zone calde, come il Mediterraneo o l'America del Sud. È uno dei tre agrumi originali del genere Citrus assieme al cedro ed al pomelo, l’unico dolce tra questi tre. Con “originale” si intende che inizialmente esistevano solo queste varietà, solo successivamente sono nate le altre, come l’arancia o il limone.

In Italia la zona più adatta a questa coltivazione, è il sud (specialmente in Sicilia e Calabria). E’ un albero che raggiunge i 2 metri di altezza, in alcune varietà fino a quattro metri. Le foglie sono piccole e profumatissime. Il frutto è di forma sferoide, un po' appiattito all'attaccatura, e si lascia cogliere facilmente. La polpa è di colore arancio chiaro, costituita da spicchi facilmente divisibili, molto succosa e dolce. La buccia è di colore arancione, sottile e profumata. È particolarmente semplice da rimuovere con le mani, proprio in quanto scarsamente attaccata alla polpa. Ha un profumo agrodolce e aromatico come la clementina; il gusto è molto dolce e buono.

Vi sono diverse varietà di mandarino: satsuma o mikan, avana, paternò e la rarissima e protetta varietà del Mandarino tardivo di Ciaculli dal sapore zuccherino che, viene coltivato nell'omonima frazione di Palermo, nel cuore della pianura Conca d'oro. Poi vi sono la Tangeri e le Clementine, ma queste non possono essere classificate come varietà di mandarini, perché sono degli ibridi, il 1° tra il mandarino e l’arancia, il 2° tra il mandarino e l’arancia amara. Il Tangerino ha la buccia di c
olore arancio acceso; il peduncolo esce da una piccola protuberanza (come in certi limoni); le foglie sono più larghe.

Occorre un clima fondamentalmente caldo, con una buona umidità, ed inverni non particolarmente rigidi, teme moltissimo le escursioni tra notte e giorno. Le temperature ottimali per la sua germinazione, partono dai 13 ai 30 gradi centigradi, al di fuori di queste temperature, la germinazione rallenta o si arresta del tutto. Il vento è un'altra causa di sofferenza per questa pianta, mettiamola in un posto riparato dal vento o per lo meno utilizziamo dei teli appositi con i quali ricoprire la chioma, evitando così sfregamenti e rotture dei rami.

Il mandarino è una pianta che adora l'umidità, perciò non facciamogli mai mancare l'acqua, sia nei primi periodi di vita, sia durante il caldo estivo, ricordandoci di innaffiare solo la mattina presto oppure la sera tardi, quando il sole è già tramontato.

Se dobbiamo trapiantare uno o più esemplari, scegliamo come periodo quello primaverile, così che le probabilità delle gelate notturne si siano azzerate. Non ama terreni argillosi, è sempre meglio il classico "medio impasto", un PH neutro e ricco di humus.

Impieghiamo spesso concimi, diserbanti e insetticidi. Le erbe infestanti "rubano" acqua e sostanze nutritive alla pianta, i diserbanti vanno immessi nel periodo che va da aprile a giugno, subito dopo la triturazione delle erbe infestanti che si sono accumulate sul terreno nei mesi precedenti. Per quanto riguarda i parassiti, sia animali che vegetali, possiamo citare il Mal secco, il cancro gommoso e la carie del legno (vegetali), cocciniglie (quella del fico, la bianca, a mezzo grano di pepe, etc), gli afidi, le mosche e gli acari (animali).

Per saperne di più sul Mal secco, andate qui--> Il mal secco degli agrumi

Per quanto riguarda i valori nutrizionali del frutto, è ricco di acqua (85,17 g/100 g), zuccheri (10,58 g/100 g), fibre (1,8 g/100 g) e vitamina C (26,7 mg/100 g), come il resto degli agrumi.

 

L'alta quantità di fibra e di acqua, contribuiscono a dare quel senso di sazietà quando li si mangia, ma solo nella sua versione a spicchi, non sotto forma di succhi o altro. Più il frutto è pesante, più la quantità di acqua è maggiore, e maggiore sarà la sensazione di sazietà da noi percepita. Attenzione però a non esagerare nella quantità, infatti mangiare troppi mandarini, per via della sua concentrazione di acido citrico, può provocare effetti lassativi.

Per quanto riguarda la trasformazione del frutto, vi sono varie possibilità, come succhi di frutta, marmellate ma anche ciambelle.

Sapevate inoltre che si può fare la bavarese con i mandarini?

Eccovi qua la ricetta! ---> Bavarese al mandarino

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Coltivare la lattuga

Coltivare la lattuga


Avete un piccolo appezzamento di terra e vorreste piantarvi qualcosa, ma non essendo pratichi, vorreste cominciare con qualcosa di semplice e veloce, perciò perchè non cominciare con la lattuga?

E' un ortaggio a foglia molto utilizzata in cucina, sia a crudo che a cotto, cresce abbastanza facilmente senza particolari cure, ha solo bisogno di quelle "basi", come acqua e concime nelle giuste dosi.

La lattuga (Lactuca sativa L.) è una pianta angiosperma, dicotiledone appartenente alla famiglia delle Compositae. Nel linguaggio colloquiale italiano essa viene spesso, ed erroneamente, chiamata insalata.

Esistono tante varietà, si distinguono dal colore, lunghezza, rotondezza, sapore più o meno

delicato, rugosità. Ecco un elenco delle più importanti:

ISABEL A CAPPUCCIO, ALEXIS A CAPPUCCIO,  BALLERINA CAPPUCCIO CHIARA, DOLOMITI ROSSA DI TRENTO,  BARBA DEI FRATI VERDE,  BARBA DEI FRATI ROSSA, FUNLY GENTILINA BIONDA,  TEIDE GENTILINA ROSSA, GHIACCIOLINA LATTUGA DEI GHIACCI ORIGINALE, ADELA ICEBERG,  MASAIDA BRASILIANA VERDE, GRAZER BRASILIANA A BORDO ROSSO, CHILIM ROMANA,  FERIA ROMANA A COSTA ROSSA, MANADE CANASTA, MAGENTA SUPERCANASTA, CARIOCA BATAVIA ROSSA,  MOHICAN BATAVIA ROSSA, LOLLO MIX BIONDA E ROSSA, FOGLIA DI QUERCIA MIX BIONDA E ROSSA, ZUCCHERINA CUORE DI LATTUGA, MORTARELLA DI PRIMAVERA O MINI-ROMANA.

 

Come per ogni pianta, dobbiamo decidere se partire da seme o comprare le piantine già belle e fatte. Con le piantine non solo si fa prima ed è più sbrigativo, ma la probabilità che la pianta riesca a sopravvivere è al di sopra del 90%, cosa che non si può dire se vogliamo partire da seme. Se comunque vogliamo fare questa "pazzia", seguite i consigli che vi daremo.

Il periodo di semina va da aprile fino a metà maggio. Di seguito troverete un video illustrativo per poter costruire un ottimo semenzaio: http://www.youtube.com/watch?v=PrDeRlwII0w

Ma per chi non vuole la sfida e complicarsi troppo le cose, vi consigliamo di comprare le piantine, complete di radici e un po’ di terra, le vendono a blocchi in scatole di polistirolo o di plastica. Per uscirle fuori, basta tirarle delicatamente.

Le condizioni ottimali per far crescere delle piantine di lattuga sono le seguenti:

1)      Temperatura ottimale di crescita 15-20°C. Con minima 5°C le piante non crescono. Si adattano comunque a qualunque temperatura.

2)      Dopo una decina di giorni dal trapianto, è necessario apportare del concime a base azotata.

3)      Mantenere costantemente pulite dalle infestanti le zone in prossimità delle piante.

4)      Non eccedere con le dosi d’acqua, innaffiare nelle ore serali quando la temperatura è troppo alta.

5)      Se si vogliono consociare altre colture, utilizzare le seguenti: carciofi, carote, cipolle, pomodori e ravanelli.

6)      Stare attenti alle gelate prolungate

 
La malattia più frequente e problematica della lattuga è la Bremia (peronospora della lattuga), tanto per intenderci quella muffa bianca che si sviluppa sotto le foglie. E' la malattia più pericolosa per questa specie.

Il patogeno si sviluppa meglio con temperature fresche (13-20 °C), e alte umidità (un velo di acqua liquida favorisce fortemente la germinazione dei conidi e l'infezione primaria).

Per non incombere in questo problema, evitate i ristagni idrici prolungati, eseguite concimazioni bilanciate.

Ai primi sintomi, o in presenza delle condizioni climatiche predisponesti la malattia, fare irrorazioni fogliari.

Impiegare prodotti specifici. Per es.: Pyraclostrobin + Dimetomorf (CABRIO DUO) , Ametoctradin + Dimetomorf (ENERVIN DUO), ametoctradin + metiram (ENERVIN TOP), oppure Metalaxil.

 

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Lo strano albero dell'uva

Lo strano albero dell'uva

Abbiamo tutti visto un albero no? Sia che abitiamo in città o in campagna. Se vi chiedo come è fatto un albero saprete sicuramente descriverlo, almeno in linea generale: ha le radici, un tronco, dei rami dove sopra vi crescono foglie, fiori e frutti. Ma esiste un albero che ha una particolarità unica al mondo, parliamo della Plinia cauliflora, chiamata volgarmente Jabuticaba (ʒabutʃiˈkabɐ), la sua particolarità? Produce i propri frutti sul tronco. Il nome è derivato dalla lingua Tupi: Jabuticaba vuol dire cibo di Jabuti (colui che mangia poco).

E' una pianta che cresce spontaneamente in Brasile, Argentina, Paraguay e Bolivia. Cresce meglio nelle aree dell’emisfero australe. Alcune specie di jabuticaba sono subtropicali, e possono sopportare gelate miti e brevi, invece altre specie o varietà, possono essere più sensibili al freddo. Ama l'umidità e un suolo leggermente acido, riesce a crescere anche in terreni sabbiosi, basta non farle mancare la giusta umidità. Le jabuticaba si adatta abbastanza bene a varie condizioni di crescita, sia su sabbia sia su terra molto ricco. Non sopporta i suoli salati.
 I suoi bianchi fiori crescono sul tronco e la pianta fiorisce più volte all'anno ma se le condizioni sono giuste, può fiorire per l'intero anno. Se scegliamo di far nascere una pianta di Jabuticaba da seme, dovremmo aspettare ben 10/20 anni prima di poter vedere i suoi frutti, se invece utilizziamo una pianta innestata, ne basteranno solo 5. Hanno una crescita molto lenta, se utilizzate a scopo ornamentale, vengono potati con una conformazione “bonsai”.

I frutti, piccoli 3/4 cm e rotondi, contengono 4 semi ognuno, hanno una buccia violacea e una polpa bianca. Come abbiamo detto, la Jabuticaba fruttifica sul tronco, probabilmente per far si che possano alimentarsi anche gli animali che non possono raggiungere certe altezze, così che quando gli animali defecano, rilasciano i semi il più lontano possibile dalla pianta madre. Questa pianta viene coltivata specialmente per la produzione di questo frutto che però non può essere esportato perché altamente deperibile. Ha un basso livello di acidità e nel giro di tre giorni comincia una veloce fermentazione. Viene consumato o a crudo, come un qualunque frutto, oppure trasformato in marmellate, decotti, vini e liquori, visto la sua alta fermentazione.

La Jabuticaba, nelle zone in cui cresce, viene utilizzata come alternativa all'uva, proprio per la sua ottima produzione di vini e liquori, e proprio per questo, viene anche chiamato “l’albero dell’uva”.

Dal frutto sono stati isolate varie sostanze, potenti antiossidanti ed antiinfiammatori. Una di queste sostanze, la jaboticabina, si trova solo in questo frutto. La buccia si usa per preparare un decotto astringente, per gli usi comuni antinfiammatori di un tale prodotto, (emottisi, diarrea, e per gargarismi in caso di tonsillite).

Si è constatato che il frutto ha diverse proprietà anti-cancro.

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Il "mal secco" degli agrumi

Il "mal secco" degli agrumi

Il mal secco (o in dialetto siciliano "malu siccu") è una malattia fungina tipica degli agrumi, soprattutto per il limone e il mandarino. Essendo un fungo, si manifesta quando il grado di umidità persiste per lungo tempo. La malattia del Mal secco è difficile da contrastare e, nella maggior parte dei casi, porta alla morte della pianta. Il nome scientifico di questo fungo è Phoma tracheiphyla. Si manifesta in due modi: o attacca le foglie, facendole ingiallire e cadere, oppure le radici e il tronco, in questo caso viene definito "fulminante" e la pianta non ha scampo. Quando colpisce il fogliame, bisogna intervenire tempestivamente, prima che colpisca il tronco. Le foglie cominciano a ingiallirsi, cadono, i rami si disseccano e la corteccia tende a spaccarsi, facendo affiorare la parte legnosa sottostante, più rossastra del normale (colpa della malattia). I rami si seccano del tutto e l'unico modo per poter contrastare la malattia è quello di eliminare completamente la parte, tagliando 30 cm al di sotto della parte ormai attaccata. Quando si esegue questa operazione, è bene disinfettare gli attrezzi da taglio, prima e dopo l’operazione,  poi mettiamo prodotti cicatrizzanti sulla ferita. Il ramo infettato deve essere poi bruciato lontano da qualsiasi agrume, così che non si allarghi l'infezione. In alcuni casi, quando il fungo ha già attaccato tutta la chioma, si effettua un taglio totale, lasciando solo il tronco (ricordiamoci dei 30 cm). A questo punto, effettuiamo un innesto, in questo modo avremo più probabilità che la pianta si riprenda. Il periodo migliore per effettuare un innesto su un agrume è tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera (febbraio/aprile), ricordandoci sempre di disinfettare gli attrezzi e utilizzare prodotti cicatrizzanti per le grosse ferite alla pianta.

Il mal secco si può comunque prevenire, come? Ve lo spiegheremo proprio adesso.

Per prima cosa, sapendo che è un fungo, adora l’umidità, perciò non piantiamo l’agrume in un terreno paludoso/argilloso e facciamo in modo che non ci siano ristagni di acqua. Un'altra cosa da evitare, è quella di provocare ferite alla pianta, senza utilizzare prodotti cicatrizzanti: è proprio grazie a queste ferite che il fungo penetra nei vasi, ostruendo il flusso della linfa. La stessa grandine è un pericolo per la manifestazione della malattia, soprattutto se i chicchi sono di medie/grosse dimensioni, perché infliggono delle micro-ferite in tutta la pianta, specialmente alle foglie, perciò se si tratta di una pianta in vaso o di pochi esemplari in terra, proteggiamola/e mettendola al coperto oppure ricoprendole con una rete anti-grandine.

Un’altra accortezza per far si che la pianta non si ammali, è potarla nel periodo fine primavera/inizio estate, quando perciò l’umidità sarà notevolmente calata assieme alla probabilità che la malattia si manifesti.

Esistono anche dei prodotti medicinali che aiutano alla guarigione della pianta o ancor meglio se usati come forma preventiva, per lo più sono dei fungicidi rameici, a base di ossicloruro di rame, forma di rame che garantisce persistenza, efficacia e selettività.

L’applicazione di questi prodotti sono consigliabili in tutto l’arco dell’anno, esclusi i mesi di dicembre e gennaio.

I frutti trattati possono essere mangiati dai 3 ai 20 giorni dopo l'ultimo trattamento, a seconda della coltura.

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Mancinella: un veleno da record

Mancinella: un veleno da record

E' risaputo che vi sono piante commestibili, tossiche e velenose e che è preferibile non provare a ingerire piante di dubbia commestibilità. Se poi vi trovate vicino ad un albero di Mancinella, è meglio nemmeno avvicinarsi. Stiamo parlando della pianta più velenosa al mondo, la Califfa Hippomane mancinella L.
E' originaria delle Americhe, con particolare riferimento alla Florida, agli Stati Uniti e all'America Centrale, una pianta tropicale. Nelle zone in cui è più diffusa, vi sono diversi cartelli di pericolo che ne segnalano la presenza, oppure la base del tronco viene colorata di rosso, proprio per segnalare il pericolo. Ogni parte di questa pianta è velenosa, partiamo dal perchè le persone non si devono avvicinare alla suddetta pianta: la Mancinella produce un liquido caustico che brucia la pelle al solo tocco. La pianta è ancor più pericolosa quando piove per via dell'acqua che trascina il liquido con maggior fluenza.
Secondo una leggenda, una delle più tragiche morti provocate dal veleno della mancinella riguardò il cercatore d'oro Juan Ponce de Leon, che fu colpito a morte dagli indigeni con una freccia avvelenata utilizzando la resina dei questo albero.

La mancinella produce dei piccoli frutti assomiglianti a delle mele, dolcissime ma velenose. Se si si ritrova a mangiare questi frutti, la cosa migliore da fare è rivolgersi al più presto ad un medico e recarsi al più vicino pronto soccorso. Cristoforo Colombo aveva soprannominato il frutto della mancinella "piccola mela della morte", ma si tratterebbe della parte meno pericolosa della pianta. Il nome mancinella (piccola mela) è di origine spagnola e si riferisce proprio ai frutti di quest'albero, che possono essere facilmente scambiati per mele commestibili.
I frutti appena ingurgitati provocano in pochi istanti un forte bruciore a livello della bocca e della gola.
Pare che questa pianta facesse impazzire i cavalli che se ne cibavano. Da qui la parola Hippomane per indicare la pianta, con riferimento ai termini greci che indicano il cavallo e la follia.
Ma se prendessimo la sua parte legnosa per utilizzarla per bruciarla e riscaldarci? Sarebbe anche questa una pessima idea, bruciare il legno di Mancinella provoca il rilascio di sostanze nocive che possono causare cecità temporanea, e in alcuni casi permanente.
Se però siete delle persone a cui piace "l'estremo", e nonostante tutti i difetti di questa pianta la volete ugualmente coltivare, allora qui vi daremo qualche consiglio per far vivere Lei nel migliore dei modi, anche in vaso.
Essendo una pianta tropicale, teniamola in un luogo riparato, teme una temperatura inferiore ai 15°C, perciò può vivere all'aperto solo nel periodo primaverile/estivo. Posizioniamo questa pianta in luogo semiombreggiato, dove riceva i raggi solari durante le ore più fresche della giornata, il sole diretto e cuocente brucia le foglie, dandole un fastidioso colore giallastro.
La Mancinella è una pianta arbustiva che raggiunge i 2 metri di altezza, è un sempreverde e in estate ottiene una colorazione rossastra. Concimiamo la pianta ogni 20 giorni con un fertilizzante per piante da appartamento verdi o da fiore. Si prediligano concimi ricchi in azoto e potassio, per favorire le fioriture e lo sviluppo della nuova vegetazione.
Annaffiare  con 2-3 bicchieri d'acqua , lasciando il terreno asciutto per un paio di giorni prima di ripetere l'annaffiatura; quando si annaffia si consiglia di evitare gli eccessi, ma di bagnare bene il substrato. Interveniamo ogni 1-2 settimane . Ricordiamo di provvedere, dopo l'annaffiatura, a vuotare i sottovasi delle piante, per evitare che la presenza di acqua stagnante possa essere dannosa alle radici.
Dopo aver letto questi consigli, ve ne diamo un altro: non coltivatela.

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Un arcobaleno in tronco

Un arcobaleno in tronco

Un arcobaleno in tronco




Chi ha un giardino ed è appassionato dei colori che la natura ci può offrire, è sempre alla ricerca di piante nuove con fiori grandi e colorati, oppure con foglie che nel periodo autunnale si trasformano di un rosso splendente. Se siete questo tipo di persona e abitate in una zona calda (è consigliabile una temperatura tropicale/sub tropicale) allora potrete coltivare un albero che con i suoi colori batte qualsiasi altra pianta abbiate in giardino: il suo nome è Eucalyptus deglupta, oppure Eucalipto Arcobaleno.
E' un albero spettacolare che ha origine nelle zone delle Filippine, Indonesia, Nuova Guinea, Congo, Hawaii e Sri Lanka, è l’unica specie di eucalipto che cresce naturalmente nell’emisfero boreale.
L’Eucalipto Arcobaleno appartiene al dominio Eukaryota, regno Plantae, divisione Magnoliophyta, classe Magnoliopsida, ordine Myrtales, famiglia Myrtaceae, genere Eucalyptus e, infine, specie Deglupta. Ama il clima tropicale umido, cresce specialmente lungo i fiumi, produce numerosi fiori bianchi. Questo albero (come molte specie di Eucalipto) raggiunge enormi dimensioni: raggiunge i 2 metri di diametro e i 70 metri d'altezza, un gigante dell'arte.
Il suo tronco è la vera attrazione: ha sfumature che vanno sia dai colori caldi che a quelli freddi, il soprannome "arcobaleno" è assolutamente azzeccato. Non è una pianta molto conosciuta e spesso, guardando le foto su internet, si crede che sia un fotomontaggio o che la sua corteccia sia stata dipinta da un qualche artista espressionista: invece qui l'unica artista  è esclusivamente Madre Natura.
Girando su internet potete trovare chi vende sia le piantine che i semi, ma assicuratevi di avere un clima caldo, molto sole e dare anche il giusto apporto di umidità, specialmente quando la pianta è piccola e deve ancora adattarsi. Su questo link potete vedere come una piccola pianta di questa specie possa essere impacchettata e poi spedita in qualsiasi parte del mondo: http://eucalyptusdeglupta.com/packing.htm
Nelle sue zone d'origine, viene coltivato a scopo industriale, il legno viene utilizzato per fabbricare carta bianca (ben il 16% della produzione mondiale di pasta di legno è rappresentata dalla lavorazione dei tronchi dell’Eucalipto Arcobaleno), uno spreco assurdo, questa pianta merita di non essere toccata e di essere coltivata e piantata al solo scopo ornamentale. Pensate a questa pianta nei nostri giardini, sia privati che pubblici, uno scoppio di colori. La sua esfoliazione ci regala uno spettacolo di colori naturali incredibile. Quest' albero è in continua trasformazione dato che l’esfoliazione avviene simultaneamente in parti diversi del tronco. Man mano che matura, la corteccia muta lentamente colore, a cominciare da verde brillante e verde scuro, poi bluastro al violaceo, poi rosa e arancio, poi finalmente raggiunge un marrone tendente allo scuro e cade.

 

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Conosciamo il corbezzolo

Conosciamo il corbezzolo

Il corbezzolo (Arbutus unedo) è una pianta coltivata per usufruire dei suoi piccoli frutti, di un colore che varia dal giallo al rosso, con una buccia sottile, spigolosa e commestibile, però è un frutto delicato perché si schiaccia facilmente, specialmente se è maturo. Questa pianta è originaria del bacino del Mediterraneo e costa atlantica fino all'Irlanda. Fa parte della famiglia delle Ericaceae, la pianta è sempreverde, prevalentemente arbustiva, ma spesso viene coltivata a forma di alberello, ha rami giovani di colore rossastro, può raggiungere un'altezza compresa tra 1 e 8 metri. Le foglie hanno forma ovale lanceolata, sono larghe 2-4 centimetri e lunghe 10-12 centimetri, hanno margine dentellato. I fiori, di colore bianco, sono riuniti in pannocchie pendule che ne contengono tra 15 e 20, da esso crescerà poi il frutto che raggiungerà la maturazione l'anno dopo. Visto che le foglie sono verdi, i fiori bianchi e il frutto (raggiunta la massima maturazione) è rosso, il corbezzolo rappresenta la bandiera italiana potendo avere tutti e 3 i colori nello stesso momento. Proprio per questa "tricolorità" appariscente, viene utilizzata come pianta ornamentale.

Il fiore avendo un nettare molto abbondante e dolce, attira le api che producono un miele eccezionale per i suoi aromi particolari, ma molto raro, visto che nel periodo in cui la pianta è in fioritura, questi insetti sono poco laboriosi, questo miele non può essere prodotto con facilità tutti gli anni.

Il legno di corbezzolo è un ottimo combustibile per il riscaldamento casalingo utilizzato su camini e stufe, ma il suo utilizzo maggiore è per gli arrosti, grazie alle sue caratteristiche aromatiche.

I frutti possono essere consumati allo stato fresco, oppure trasformati in marmellate, gelatine, sciroppi, succhi, creme, salse e canditi. Si può procedere anche con la fermentazione, ottenendo il vino di corbezzole e distillati con proprietà digestive.

Dai frutti, foglie e fiori si estraggono principi attivi con proprietà astringenti, antisettiche, antinfiammatorie, antireumatiche.

E' una pianta che riesce a resistere bene agli incendi infatti, sui terreni acidi, l'incendio ripetuto favorisce il corbezzolo, stimolando la produzione di nuove gemme molto velocemente, prevaricando su altre piante che invece stentano a riprendersi. Anche per questa particolarità, viene utilizzata per il rimboschimento per scopi ambientali, protettivi e anti erosivi.

Questa pianta può essere riprodotta facilmente o tramite talea o per seme. Se si vuole operare per seme, il periodo migliore è sul finire dell'inverno. Creiamo un miscuglio di sabbia e torba per creare un substrato ottimale e posizioniamo i semi, tenendo il substrato sempre umido in una zona riparata e luminosa.

Se invece vogliamo operare con il taleaggio, il periodo migliore è l'inverno. Quando le talee avranno radicato, dovremmo aspettare il 2° anno d'età per poterlo trapiantare in pieno campo.

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La Sulla - la leguminosa dalle svariate proprietà

La Sulla - la leguminosa dalle svariate proprietà


Con essa si produce un ottimo miele, definito "il miele degli sportivi", per il suo alto contenuto di fruttosio di alta qualità,di zinco,ferro,rame, manganese e magnesio, tutte sostanze utili a chi pratica attività fisica, in erboristeria viene usata come vitaminizzante, astringente ed efficace contro il colesterolo: stiamo parlando della Sulla.

La Sulla (Hedysarum coronarium) è una pianta erbacea facente parte della famiglia delle Fabaceae, esistono 4 varietà iscritte al registro nazionale del seme: "Grimaldi", "Sparacia", "Bellante" e "S. Omero".

Nel 17° secolo veniva utilizzata come pianta ornamentale in Spagna, oggi cresce spontaneamente nelle zone più calde d'Italia, ma comincia a prendere piede anche in Tunisia, Portogallo, nella parte occidentale del Nord America, Australia e in Nuova Zelanda, ma solo recentemente, l'Italia resta comunque il Paese mediterraneo e della UE, con maggior percentuale di coltivazione della suddetta pianta.

La zona di maggior coltivazione in Italia è la Toscana, ma anche altre zone come la Liguria, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna.

La Sulla ha proprietà utili sia per la cura dell'essere umano, ma anche in campo agricolo.

E' una leguminosa e come tutte le piante di cui ne fanno parte, ha la capacità di azoto fissazione, cioè, tramite una simbiosi con alcuni batteri, crea nelle sue radici dei tubercoli dove immagazzina l'azoto atmosferico trasformandolo in azoto minerale. Nel momento in cui la fioritura sta per iniziare, la quantità di azoto è arrivata al massimo, a questo punto si può operare con l'interramento della pianta. E' una pianta miglioratrice, non solo per questo suo potere particolare che l'accomuna con le altre leguminose, ma anche perché i resti della Sulla sono particolarmente adatti a migliorare la tessitura del suolo, per via del suo sviluppato apparato radicale che rende il terreno più "spugnoso" e arieggiato. E' un'ottima foraggera, amata da molti animali da pascolo.

Riesce a vivere anche nei terreni più duri e argillosi, ma non resiste al freddo.

La Sulla, essendo una pianta prativa, viene considerata un'erbacea perenne, ma se dobbiamo considerare la durata vitale della singola pianta, viene considerata biennale anche se riesce a raggiungere in alcuni casi anche il 3° anno. E' emicriptofita (le emicriptofite sono piante perennanti per mezzo di gemme poste a livello del terreno e con asse fiorale allungato, spesso privo di foglie), alta 80–120 cm, ha una radice prevalentemente fittonante e sviluppata, un fusto quadrangolare, con steli eretti, alti da 0,80 a 150 cm, molto ramificato, cavo e fistoloso, di posizione che varia dal quasi prostrato all’eretto, le foglie sono leggermente ovaliformi o ellittiche.

Il fiore della Sulla presenta una corolla vistosa rosso porpora, raramente bianca, fiorisce verso la fine della primavera da aprile a giugno. E' ricco di sostanze zuccherine, amate particolarmente dalle api, utili per la produzione del miele di Sulla, ma anche per la riproduzione incrociata della pianta stessa. Il frutto presenta la tipica forma di leguminosa contenente un seme di forma lenticolare, lucente, di colore giallognolo.

La Sulla, essendo un'ottima coltura miglioratrice, si inserisce tra gli avvicendamenti di due colture cerealicole, come grano e orzo, oggi la semina si esegue a fine estate sulle stoppie del frumento, a seme nudo. Cresce lentamente per tutto il periodo autunno-invernale, per poi eseguire il 1° taglio ed essere somministrato agli animali. Essendo una pianta molto acquosa, è difficile trasformarla in fieno e perciò conservarla, infatti è consigliato l'uso fresco della suddetta pianta. Il miglior utilizzo di questa pianta (parlando di alimentazione animale) è quello a pascolo oppure procedere all'insalatura.

Il miele di Sulla (o "miele degli sportivi") ha una colorazione che va da quasi bianco a giallo paglierino quando è liquido, se invece è cristallizzato, il colore è da bianco cera a beige.

La maggior produzione oggi è nelle seguenti zone collinari e montane di Abruzzo, Molise, Calabria e Sicilia, ma le aree si stanno notevolmente riducendo. L’odore è molto tenue, floreale, leggermente di fieno e il sapore è dolce, leggermente acido.

Per il suo alto valore in tannini, la Sulla viene utilizzata per combattere infezioni gastro-intestinali, sia per uso umano, ma soprattutto per uso zoologico per bovini, ovini e pollame.

In cucina le foglie e i fiori vengono usati per fare insalate crude, flan, frittate e zuppe varie.

 

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L'albero della gomma

L'albero della gomma

 

Esistono piante molto stravaganti che producono sostanze molto utili e di uso comune e giornaliero, una di queste è l'Hevea brasiliensis, chiamata comunemente "albero della gomma".

Questa pianta viene coltivata per la sua linfa gommosa, che una volta estratta e lavorata diventa caucciù.


E' un albero tropicale della famiglia delle Euphorbiaceae, alto anche fino a 30 metri, originario dell'Amazzonia, raggiunge un'età che si aggira intorno al 35/40° e comincia a produrre il caucciù intorno al 6° anno di età, raggiungendo un picco al 12°.

Per vivere ha bisogno di una temperatura minima di 15° C, al di sotto dei 5°C avviene la morte della pianta. Le incisioni corticali vengono effettuate ortogonalmente ai canali laticiferi in modo che la crescita dell'albero non venga disturbata. Il lattice viene raccolto in piccole ciotole legate al tronco.

Fu scoperta nel 1839, nel 1873 cominciarono studi su questa pianta per riprodurla e farla attecchire anche in altre parti del mondo. Spesso gli esperimenti andarono male o con basse percentuali di germinazione. Nel 1876 si riuscirono a far germinare 2000 piantine che furono poi spedite nel Ceylon e a Singapore. Questa volta l’esperimento andò a buon fine e l’albero della gomma cominciò a diffondersi in tutte le colonie inglesi in Asia.


Successivamente si riuscì a far attecchire la pianta anche in alcune zone dell’Africa, ma per le altre parti del mondo, l’esito non andò a buon fine. Oggi la produzione di gomma naturale offre lavoro a 30 milioni di persone ogni anno, anche se viene minacciata dalla deforestazione. I produttori di pneumatici utilizzano il 70% del prodotto complessivo di queste piante, una di queste è la Michelin che coltiva piantagioni di hevea per circa 21.000 ettari in Brasile e in Nigeria, avviando diverse campagne di sensibilizzazione e riforestazione delle aree. Questa sua produzione ricopre il 12% del fabbisogno dell’azienda.

Oltre a vivere allo stato “brado”, questa pianta può anche essere coltivata in appartamento, è molto decorativa, basta che le condizioni siano ideali. Teniamo una temperatura al di sopra dei 15° (è la temperatura ottimale), mettiamola in una zona ricca di luce e, visto che in vaso può raggiungere anche i 2-3 metri di altezza, ha bisogno di un notevole spazio, solo in estate possiamo esporla all’esterno, stando attenti che la temperatura non si abbassi più del dovuto. Quando alla pianta mancano la luce o la temperatura giusta, può andare incontro a una caduta fogliare, se avviene significa che la pianta è in sofferenza. Se vogliamo un esemplare in casa, utilizziamo una miscela di torba e sabbia, ha bisogno di un ottimo drenaggio. Per quanto riguarda l’irrigazione, diamo l’acqua tutti i giorni in estate (ogni 10 giorni aggiungiamo del concime liquido all’acqua di irrigazione), una volta alla settimana in inverno (una volta al mese aggiungiamo del concime liquido). L’ Hevea brasiliensis non ha bisogno di potatura, però è meglio tagliare i rami e le foglie secche, inoltre è meglio pulire le foglie dalla polvere con un panno umido, gli acari potrebbero portare malattie fogliari. Per quanto riguarda i parassiti, potrebbe essere attaccata dalle cocciniglie a scudetto e cotonose che possono essere debellate con l’utilizzo di appositi medicinali.

L’ Hevea brasiliensis è una pianta particolare ma, nel contempo, essenziale.

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